Istruzione, competenza, esperienza e ambizione sono elementi che non possono mancare in una scalata verso il successo, ma ci sono altri fattori che possono influire sulla possibilità di raggiungere posizioni di potere?
Che si tratti di voler trasmettere carisma, autorevolezza o competenza, è stato riscontrato che gli abiti hanno la capacità di veicolare precise affermazioni verso l’esterno, oltre a rafforzare in se stessi la convinzione di una data intenzione.

Nel 1600, alla corte di Versailles, re Luigi XIV ostentava il potere del suo status con campanelli, pizzi, perle, nastri e ricami d’oro.
Soltanto il Re Sole e una cinquantina di nobili erano autorizzati ad indossare una giacca di seta azzurra chiamata justaucorps à brevet.
Il dress code (codice di abbigliamento) di corte, inoltre, prevedeva che chiunque desiderasse semplicemente stare al cospetto del re, fosse tenuto ad indossare un habit habillé (cappotto di seta o velluto, per gli uomini) o, un grand habit de cour (abito ricamato, per le donne).
Anche se la pratica di far emergere il proprio potere attraverso i vestiti affonda le radici nei secoli, il termine “Power dressing” è stato coniato soltanto nel 1975 e si è diffuso grazie alla pubblicazione del libro “Dress for success” di John T. Molloy, nel quale si indicava l’apporto che può essere fornito dall’abbigliamento per raggiungere il successo nella sfera privata e lavorativa.

La connotazione del fenomeno, agli albori della sua diffusione, è prettamente femminile: negli anni ’70-’80 era abbastanza scontato che le posizioni di potere fossero ricoperte da professionisti di sesso maschile, per questo, le donne in carriera che desideravano farsi strada ai vertici delle aziende, in un ambiente lavorativo tipicamente maschile, iniziavano a veicolare sicurezza e autorevolezza attraverso tailleur, giacche aderenti, pantaloni sartoriali e accessori eleganti.
È stata Margaret Thatcher una delle figure più influenti ad utilizzare i propri vestiti come strumento di potere. Riadattando i consigli di Molloy, il primo Ministro del Regno Unito ha dosato sapientemente spirito conservatore, trasmesso con l’utilizzo di tailleur rigorosi dal taglio dritto, femminilità, consacrata dall’uso di gonne e collane di perle e dominio: con la borsetta Asprey, la Thatcher, è divenuta simbolo di donna di potere in un mondo maschile.

Negli anni successivi, il raggiungimento di un maggiore equilibrio nella rappresentanza di forza lavoro maschile e femminile, nei posti di rilievo di aziende e istituzioni, ha reso l’utilità del power dressing globale e priva di genere.
Guardando al mondo dell’abbigliamento maschile, se in passato per avere buone possibilità di successo era sufficiente indossare giacca e cravatta, personaggi come Steve Jobs e Mark Zuckerberg hanno rivoluzionato nel settore tecnologico i modelli di power dressing, andando ad incidere sull’economia mondiale con indosso un dolcevita nero e una felpa con cappuccio.

Dal 2020, la grande diffusione dello smart working, favorita dallo sviluppo tecnologico e dal diffondersi della pandemia, ha finito di promuovere questo ricorso ad un codice di abbigliamento informale.
Ma se indossare abbigliamento così casual, al di fuori di alcuni settori e di determinate dinamiche, non sembra evocare alcun potere, che significato assume, oggi, nel mondo del lavoro, l’espressione vestirsi per il successo?
Rispondere adeguatamente richiede di considerare, innanzitutto in quale settore professionale si opera, che genere di incontri prevede la giornata tipo, quali luoghi verranno frequentati, che tipo di attività verrà svolta e, soprattutto, quale sensazione risulta opportuno veicolare nei primi attimi di comunicazione visiva.
Nel settore della tecnologia, della comunicazione e delle start up l’abbigliamento di tipo informale rimane quello prediletto.
Nei settori bancario e assicurativo, professionalità e affidabilità continuano ad essere veicolate attraverso un dress code altamente formale, anche se all’interno di alcuni uffici le direzioni iniziano ad introdurre una giornata lavorativa da riservare all’abbigliamento casual (casual Friday).
Nel settore legale prevale il desiderio di trasmettere un’immagine professionale, affidabile ed elegante. Il rispetto del decoro, in ogni caso, suggerisce ad avvocati, giudici e notai di evitare capi eccessivamente casual o attillati.
Rispetto al passato, nel mondo della politica, nei momenti in cui il dress code non è regolamentato dal protocollo (ad esempio in occasione di interviste e durante le visite di rappresentanza) osserviamo una maggiore libertà di espressione: ci sono personaggi che continuano a prediligere un approccio classico, sobrio e formale, chi ama il glamour e il lusso, chi non rinuncia mai al completo e alla cravatta e chi, al contrario, è favorevole a mostrarsi più flessibile e cooperativo scegliendo di mostrarsi senza giacca.
Per tutti gli altri settori, in cui il ruolo professionale non è presentato attraverso un’uniforme, un camice o una divisa, vestirsi per il successo richiede di analizzare, come minimo, il ruolo professionale ricoperto, i valori della realtà professionale in cui si opera, i destinatari del servizio offerto e l’impronta comunicativa che si desidera veicolare a prima vista.
Il bisogno di trasmettere empatia e accoglienza, ad esempio, che può caratterizzare l’attività professionale di psicologi, insegnanti, operatori turistici, assistenti sociali richiede di compiere scelte di abbigliamento ben distinte da quelle proprie del mondo finanziario, in cui comunicare la propria competenza attraverso la propria immagine risulta prioritario.
A prescindere dal settore professionale di appartenenza, la vera sfida di oggi nel sapersi vestire per il successo sembra presupporre si sapere interpretare correttamente i valori della propria realtà professionale trovando anche il modo di incorporare, attraverso adeguate scelte stilistiche, elementi rappresentativi della propria personalità.